
ANTICIPIAMO QUI L’INTRODUZIONE DI GIANFRANCO NAPPI AL VOLUME
Appunti introduttivi e soprattutto domande
I Materiali qui raccolti sono il risultato del Seminario che Infinitimondi ha promosso lo scorso 5 dicembre 2024 con tanti e qualificati contributi.
In alcuni casi i testi sono stati aggiornati dagli autori che in ogni caso tutti ringraziamo.
Abbiamo arricchito l’intero volume pubblicando in Appendice la Lectio che Luciana Castellina ha tenuto all’Università di Palermo per il conferimento della Dottorato di Ricerca honoris causa lo scorso 5 dicembre 2023 dal titolo: Diritti Umani nella tempesta. Davvero lodevole questa iniziativa dell’Ateneo palermitano.
Dai diversi contributi del Seminario, come potrete verificare facilmente, emergono anche accenti diversi, in qualche caso anche differenti valutazioni di analisi.
Quel che importa, a mio modo di vedere, per un lavoro di ricerca e di approfondimento quale questo si presenta – e con l’idea di svilupparne ulteriori tappe – è l’indirizzo generale dell’analisi, tutta e comunemente tesa a provare a levare uno sguardo critico sul tempo presente e su un mondo che se non è criticamente pensato ti travolge con le sue dinamiche.
Quelli che seguono sono alcuni spunti e interrogativi di riflessione proposti nella preparazione della discussione.
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Il tema di questo nostro Seminario è tutto già nel titolo: Mondo, Europa, Italia al tempo di Trump ( Musk ). L’idea: aggiornare una riflessione davvero poche settimane dopo un voto così gravido di conseguenze come quello statunitense e con i materiali della discussione che vedono le stampe pochissime settimane dopo l’insediamento del nuovo Presidente degli USA.
Parto da un primo interrogativo.
E’ solo una sensazione o siamo dentro una precipitazione?
Non c’è aspetto o spazio fisico che non viva una sollecitazione fortissima, che non sia messo in discussione, che non viva una crisi.
Livelli di ingiustizia sociale e di concentrazione abnorme di ricchezza; punto di rottura superato per più indicatori nella crisi climatica; dinamiche imperiali e geopolitiche che investono tutte le aree del mondo, decine di paesi; la guerra oramai come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, la guerra come politica, al suo posto. E una corsa senza freni di una tecnologia libera da ogni vincolo sociale, sempre più strumento non neutro di logiche neoimperiali e nei confronti della quale risulta ancora difficile vedere insediato, nel suo dispiegarsi, un nuovo e necessario conflitto che introduca altre ragioni e altre finalità.
Quel che appare in una crisi irrimediabile nel quadro dato è l’assetto del mondo costruito dopo l’89, che scartava l’ipotesi della multipolarità, della scrittura di nuove tracce di sviluppo comune, che vedeva l’Europa effettivamente soggetto geopolitico nuovo e punto di tenuta di una nuova idea di Occidente ed Oriente e di un nuovo rapporto con il Sud del mondo, in favore invece della ‘fine della storia’, di un neocapitalismo via via sempre più pervasivo a livello globale, di una sua accelerazione senza precedenti, fondata su potenza del calcolo, potenza della finanza, potenza delle armi e consumismo bulimico, divoratore di vita e di natura.
Un neocapitalismo che faceva tutt’uno con l’idea di un assetto unipolare del mondo, con un’unica potenza al comando.
Tra gli anni ’90 e i primi del 2000 questa ‘accelerazione’ si muove con un consenso largo.
Progressivamente però perde forza e slancio: probabilmente qui è da segnare come passaggio chiave il 2007-2008. E così diventa sempre meno inclusiva, da tutti i punti di vista. Percepisce che non ce la fa: il suo governo del mondo non funziona. E si arrocca. Questa neo-occidentalizzazione forzata evocata da come si risponde alla proditoria invasione dell’Ucraina ad opera della Russia; da come si spalleggia il governo israeliano in una azione sistematica di distruzione; da come si riduce l’Europa ( con l’Europa che si fa ridurre ), a non-soggetto, lascia spazi enormi ad altri protagonisti della scena mondiale che rivendicano il loro ruolo, il loro futuro, muovendosi in diversi casi con logiche imperiali non dissimili da quelle occidentali, come nel caso della Cina.
Eccola la crisi che esplode.
Bisogna intendersi anche sul termine, certo ampiamente abusato. Ma credo ci siano pochi dubbi sul fatto che viene ad esaurimento tutta la fase aperta con l’89-’91, insisto. E poiché non si può stare fermi, la crisi è sempre anche un ‘movimento’, un ‘passaggio’, una ‘transizione’. Verso cosa? Questo è il punto su cui bisogna intendersi: se è realistico immaginare cioè un rilancio di capacità espansive del capitalismo, sorretto dall’accelerazione tecnologica. A me sembra improbabile. E, nella crisi, all’accelerazione economico-tecnologica si accompagnerà- si sta già accompagnando – una accelerazione sul terreno del politico e dell’istituzionale.
Quante chiacchiere sulla conquista del centro, al di qua e al di là dell’Atlantico: la sensazione invece che si ricava dalla situazione attuale – ed ogni giorno si aggiungono nuove parti in questa guerra mondiale a pezzi, come in modo profetico Francesco aveva visto in anticipo, negli ultimi giorni, e scusate se è poco, altri fronti di crisi si sono aperti: Siria, Corea del Sud. E poi, la Francia e la Germania in piena crisi politica – è che proprio il tempo dei piccoli passi, del gradualismo esasperante, del non prendere partito per stare con questo senza scontentare quello, si sia del tutto consumato.
L’uscita radicale da destra da questa crisi si intravede in questa accelerazione imperial-finanziario-tecnologico-militare. Avanza: e del resto, Trump-Musk non hanno perso tempo a far intendere in che direzione si muovano. L’uscita da destra, se l’espressione è utile a cogliere almeno in parte quel che accade, muterà assetti istituzionali e proverà a disegnare nuovi equilibri. E, al momento, ne percepiamo solo una parte. Sta già travolgendo una democrazia che, superata quella progressiva nel dopo ’89, pur tornata ad essere meramente liberale è pur essa sottoposta ad un attacco, ad uno svuotamento ulteriore, impaccio di cui doversi liberare nella sostanza: ed ecco, insieme, il leader carismatico che di nuovo mobilita masse disorientate e socialmente colpite unito al grande imprenditore tecnologico tentare di farsi governo senza mediazioni.
Illusione enorme e drammatica. Foriera di conseguenze potenzialmente distruttive: o dal lato di una guerra definitiva, per l’ ‘umanità; o di una torsione securitaria e di controllo individualizzato; o di una rottura con il pianeta, con il suo clima e ambiente. O, addirittura, con una policrisi, come somma e intreccio di tutte e tre.
Si può convenire con questi schematicissimi spunti di analisi e di giudizio?
E se sì, come interrogano una sinistra, nel frattempo, rimasta senza popolo? Senza popolo non solo perché quello suo di riferimento è stato scomposto e frantumato dalle trasformazioni della vittoria neoliberista del dopo ’89-’91, ma anche perché la sua risposta fondamentale, a quella vittoria, è stata il privarsi di ogni idea e visione nuovamente critiche; ha abbassato il suo profilo quando invece andava elevato e portato al livello dell’avversario; si è separata dalla società quando invece andavano lì ricostruite nuove connessioni.
E allora, ecco l’urgenza di pensare il mondo, di una politica alta che faccia presa sulla e con la società e che non è immaginabile al di fuori del cimento con i nodi dell’accelerazione in atto in tutte le sue sfaccettature, a cominciare da quello della potenza tecnologica.
Pensare il mondo per trasformarlo. Trasformarlo mettendo in circolo interessi e soggetti nuovi rispetto a quelli oggi dominanti.
Ma davvero si può immaginare che l’idea di Europa continui ad essere quella che vediamo praticata e non messa in discussione nella sua costituzione materiale? Ma davvero l’orizzonte si chiude intorno al duo Von Der Leyen – Draghi?
Di più, che significa in questo quadro essere Sinistra? Europa? Società? Solidarietà? Giustizia? Pace? Liberazione?
Ma è proprio vero che dal cuore dell’Europa e in dialogo diretto con quanto di grande e di importante vive in tante aree del mondo in termini di contestazione di ogni idea di mondo unipolare al servizio di mercato e profitto, non possano sorgere qui ed ora una tendenza, una spinta, una movimentazione e perfino una organizzazione che invece facciano entrare in campo nuovi soggetti, nuove idee, nuove speranze? Ma davvero non abbiamo niente da fare che spendere qualche commento? E non sarebbe proprio questo lo spazio e il momento più adatto per una politica e una sinistra a cui restituire, con una sua società, dignità e forza?
Gianfranco Nappi